Cammino Alleati
Comunità Eccomi
Cammino di alleanza 2026 - 2027
Come convenuto e mossi anche dall’esortazione di don Antonio ad esplorare nuove vie di evangelizzazione vogliamo fissare nel nostro cammino pastorale lo sguardo a chi è lontano dal conoscere Gesù, unico Salvatore del mondo.
Sono state predisposte 5 tappe o incontri che ci dovrebbero aprire alla necessità di donarci agli altri con il nostro annuncio. Le 5 tappe saranno accompagnate da momenti di risonanza e revisione di vita proseguendo su quanto fanno nell’anno passato.
All’interno delle tappe vanno individuate poi momenti di evangelizzazione ad hoc da studiare ed individuare insieme nei tempi e nelle modalità
1°incontro: Lo Spirito Santo anima dell’evangelizzazione (Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo Gv 20, 22)
2°incontro: La Parola di Dio nella vita dell’annunciatore (Quando le tue parole mi vennero incontro Ger 15,16)
3°incontro: Il contenuto della predicazione cristiana (Noi annunciamo Cristo Gesù Signore 2 Cor 4, 5)
4°incontro: le parole che possiamo comunicare (Di ogni parola vana Mt 12,36)
5°incontro: Evangelizzare con la potenza dello Spirito Santo (Mossi da Spirito Santo parlarono da parte di Dio 2 Pt 1, 21)
Guai a me se non annuncio il Vangelo! 1 Cor 9, 16
Come vivere i nostri incontri
Qualche indicazione:
- Il senso profetico. Per tenere la riflessione non è sufficiente leggere e ripetere il testo preparato per i vari incontri (che invece sarà la base per la riflessione e l’approfondimento dei singoli). Il tema generale è quello che il Signore ci ha donato per il cammino dell’anno, ma perché questa “profezia” risuoni in pienezza occorre che chi tiene l'incontro comprenda come il tema della riflessione deve essere affrontato, quali sottolineature dare, quali attualizzazioni concrete proporre. Insomma si tratta di comprendere dentro quella “parola”, quale è la “profezia” la Comunità e vita di alleanza.
- Chi deve tenere la riflessione. E’ estremamente importante che le catechesi siano tenute, per quanto possibile, da coloro che condividono la visione di Dio sulla comunità. È necessario che si individuano delle persone che prima di iniziare il cammino preghino insieme su questa visione in modo da dare il giusto taglio all’intervento. E opportuno quindi scegliere tra persone del cammino di alleanza a tenere questi incontri (allargando se necessario la base dei membri del consiglio direttivo)
- Meditazione: Occorre infine che si racomandi, al termine dell’incontro, una vera meditazione durante la settimana sull’insegnamento ascoltato per evitare di arrivare all’incontro di risonanza totalmente sprovvisti.
RISONANZA
a) Struttura dell’incontro
Dopo aver tenuto l’insegnamento è opportuno dedicare un secondo incontro alla risonanza. In questo incontro ciascuno condivide qualche aspetto della sua meditazione sulla riflessione della settimana precedente e alla fine del proprio intervento ciascuno indicherà l’impegno di conversione che ha scelto di assumersi. Questo dovrà essere qualcosa di molto semplice e concreto in modo che si possa realmente verificare in un momento di revisione di vita (da programmare nel calendario dei Venerdì). E’ bene che l'impegno di conversione sia deciso in maniera seria (cioè, dopo averci riflettuto in settimana e non improvvisando lì per lì) in modo che nell’incontro successivo tutti possano conoscerlo: non si deve lasciare cadere la cosa come se fosse un fatto strettamente personale.
LA REVISIONE DI VITA
La revisione di vita è uno dei più grandi doni di Dio per crescere nella vita cristiana generosa e profonda.Occorre subito dire che la revisione di vita è un impegno esigente; lo è come ogni dono che ci fa veramente crescere, perché crescere costa. Ma è solo crescendo che noi maturiamo, diversamente la nostra vita si fossilizza.
Cerchiamo allora di capire alcuni meccanismi fondamentali della revisione di vita; praticandola poi, capiremo molto meglio ciò che adesso può apparire un po’ teorico e non sufficientemente chiaro.
1. Che cosa è
Non è un momento di discussione, né di scambio di riflessioni.La revisione di vita interpella la nostra più profonda capacità di comunicare. Possiamo definirla così: È un comunicare qualcosa di noi stessi, in un clima di sincerità, amicizia e fede, e con lo scopo di crescere nello spirito del Vangelo.
a) Clima di sincerità, amicizia
● Sincerità: la schiettezza è la base di ogni rapporto tra persone; la sincerità fa vivere i rapporti e quindi l’amicizia; la falsità mina alla radice anche i rapporti più belli. La revisione di vita ci è data dunque, non per nasconderci, ma per venire allo scoperto, manifestarci. Ci sono diversi modi per nascondersi: chiudersi, chiacchierare, dare spettacolo, deviare l’attenzione su cose di poca importanza.
● Amicizia: è per questo che ci dividiamo in piccoli gruppi, per favorire un clima di conoscenza reciproca e di vera amicizia. Certo, l’amicizia non si improvvisa, ma poco a poco, si sviluppa e ognuno di noi compirà una meravigliosa esperienza di quello che è l’amicizia profonda e costruttiva. .
b) Comunicare qualcosa di noi stessi
La revisione di vita non deve essere semplice cronaca o scambio di qualche idea. È comunicare qualcosa di me stesso, vissuto durante la tappa.
Si deve scendere in profondità perché la revisione di vita sia costruttiva, soprattutto si deve sempre guardare alle proprie responsabilità, non a quelle degli altri. Se per esempio ho avuto uno scontro con mio padre, non rientra nella mia revisione di vita parlare dei difetti di mio padre e delle sue colpe in quel frangente: a me è richiesto di riferire, con sincerità, delle mie colpe in quell’occasione e come ho cercato di superare quella difficoltà.
Comunicare qualcosa di sé, non solo in negativo, ma anche in positivo. La nostra vita è intessuta di cadute e di vittorie, di momenti difficili e di altri gioiosi: la revisione di vita deve rispecchiare questa realtà. È importante impostare con chiarezza il tema della revisione.
2. COME PREPARARSI
Intanto è il caso di precisare che è essenziale prepararsi alla revisione di vita! Senza preparazione c’è superficialità, non c’è comunicazione nella verità.
Due consigli pratici:
● È bene spendere tutto il momento di preghiera del giorno in cui facciamo revisione di vita per prepararla davanti a Dio;
● È necessario annotare per iscritto le cose che intendiamo comunicare. È un mezzo pratico per essere essenziali e per non dimenticare le cose; non leggeremo la revisione di vita, ma l’avere il foglio sotto gli occhi può aiutarci a esporla meglio.
3. COME PARTECIPARE
L’atteggiamento essenziale è l’ascolto. Esso è tra le attitudini umane più impegnative ed esige molta formazione. L’ascolto è qualcosa di molto diverso dal semplice sentire; io posso sentire la musica mentre faccio un lavoro manuale, ma non posso ascoltare una persona se non sono lì presente con tutta la mia attenzione. L’ascolto esige una notevole capacità di rinuncia nei confronti del nostro io che vuole essere sempre al centro. Ascoltare significa far tacere il proprio io per accogliere il fratello/sorella. Alla base dell’ascolto c’è la convinzione che ogni persona, quando comunica qualcosa di sé, è un frammento della Parola di Dio che mi raggiunge per istruirmi, richiamarmi e rafforzarmi. Se io mi metto nell’atteggiamento giusto, quel “frammento” crea sempre qualcosa di nuovo in me. Per questo possiamo definire l’ascolto anche come la sete di imparare da ciascuno.
4. I PERICOLI DA EVITARE
I pericoli più comuni e verso i quali occorre sempre vigilare sono diversi:
● L’improvvisazione della revisione di vita. È forse il male più grave che fa scadere tutto nella banalità. Quando, per qualche grave motivo, non siamo riusciti a preparare bene la revisione di vita, è molto semplice: lo diciamo e ascoltiamo gli altri, oppure ci limitiamo a dire qualcosa di vero che sentiamo in quel momento.
● Il voler far scuola agli altri con la mia revisione di vita. Questa non è più revisione di vita la cui finalità è prima di tutto la mia conversione. La revisione mette in questione me, soltanto me.
● L’andare per le lunghe riferendo cose secondarie per la revisione di vita e togliendo così lo spazio agli altri.
● Il pessimismo. Non possiamo mai essere pessimisti, anche se in quella determinata settimana avessimo avuto continui fallimenti. Esiste il perdono di Dio e la sua presenza è qui per sostenere e guidare la mia ripresa. Attraverso quelle cadute qualche grammo di presunzione si è staccato dal mio cuore, dunque sto crescendo. Vigiliamo perché la nostra revisione di vita porti sempre il marchio della speranza.
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1°incontro
Lo Spirito Santo anima dell’evangelizzazione
Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo Gv 20, 22
1. Il mezzo e il messaggio
Se io voglio diffondere una notizia, il primo problema che mi si pone è: con quale mezzo trasmetterla: via stampa? via radio? via televisione? Il mezzo è così importante che la moderna scienza delle comunicazioni sociali ha coniato lo slogan: Il mezzo è il messaggio.
Ora, qual è il mezzo primordiale e naturale con cui si trasmette la parola? È il fiato, il soffio, la voce. Esso prende, per cosi dire, la parola che si è formata nel segreto della mia mente e la porta fino agli ascoltatori. Tutti gli altri mezzi non fanno che potenziare e amplificare questo primo mezzo del fiato o della voce. Anche la scrittura viene dopo e suppone la viva voce, giacché le lettere dell’alfabeto non sono che dei segni indicanti dei suoni.
Anche la parola di Dio segue questa legge. Essa si trasmette per mezzo di un fiato, di un soffio. E qual è, o chi è, il soffio, o la ruah, di Dio, secondo la Bibbia? Lo sappiamo: è lo Spirito Santo! Può il mio fiato animare la parola di altri, o il fiato di altri animare la mia parola? No, la mia parola non può essere pronunciata che con il mio fiato e la parola di altri con il loro fiato. Così, in modo analogo s’intende, la parola di Dio non può essere animata che dal soffio di Dio che è lo Spirito Santo.
Questa è una verità semplicissima e quasi ovvia, ma di immensa portata. È la legge fondamentale di ogni annuncio e di ogni evangelizzazione. Le notizie umane si trasmettono o a viva voce, o via radio, via cavo, via satellite, ecc.; la notizia divina, in quanto divina, si trasmette via Spirito Santo. Lo Spirito Santo ne è il vero, essenziale mezzo di comunicazione, senza del quale non si percepisce, delmessaggio, che il rivestimento umano.
Le parole di Dio sono Spirito e vita (Cfr. Gv 6, 63) e non si possono perciò trasmettere o accogliere che nello Spirito.
Questa legge fondamentale è quella che vediamo anche in atto, concretamente, nella storia della salvezza. Gesù cominciò a predicare con la potenza dello Spirito Santo (Lc 4, 14 ss). Egli stesso dichiarò: Lo Spirito del Signore è sopra di me. Mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio (Lc 4, 18).
Dopo la Pasqua, gli apostoli furono esortati da Gesù a non allontanarsi da Gerusalemme finché non fossero stati rivestiti di potenza dall’alto: Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni (At 1, 8). Tutto il racconto della Pentecoste serve a mettere in luce questa verità. Viene lo Spirito Santo ed ecco che Pietro e gli altri apostoli, a voce alta, cominciano a parlare di Cristo crocifisso e risorto e la loro parola ha una tale potenza che tremila persone si sentono trafiggere il cuore. Lo Spirito Santo, venuto sugli apostoli, si trasforma in essi in un irresistibile impulso a evangelizzare.
San Paolo arriva ad affermare che senza lo Spirito Santo è impossibile perfino proclamare che Gesù è il Signore, che è la forma più elementare e l’inizio stesso di ogni annuncio cristiano. Senza lo Spirito Santo - dice sant’Agostino - grida a vuoto «Abbà» chiunque lo grida e senza lo Spirito Santo grida invano: «Gesù è il Signore!» chiunque lo grida. San Pietro definisce gli apostoli coloro che hanno portato il Vangelo mediante lo Spirito Santo (1Pt 1, 12). Indica con la parola Vangelo il contenuto e con l’espressione mediante lo Spirito Santo il mezzo, o il metodo, dell’annuncio.
Nessuno, però, potrà mai esprimere l’intimo legame che c’è tra evangelizzazione e Spirito Santo, meglio di come lo fece Gesù stesso la sera di Pasqua. Apparendo agli apostoli nel cenacolo, egli disse: Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo (Gv 20, 21-22). Nel conferire agli apostoli il mandato di andare in tutto il mondo, Gesù conferì loro anche il mezzo per poterlo compiere lo Spirito Santo e lo conferì, significativamente, nel segno del soffio, dell’alito.
Cosa fare, in concreto, per ottenere lo Spirito Santo nella nostra evangelizzazione; come fare per essere, anche noi, rivestiti di potenza dall’alto, come in una nuova Pentecoste. Due sono i mezzi essenziali a questo scopo: preghiera e rettitudine di intenzione.
2. Preghiera
È semplice sapere come si ottiene lo Spirito Santo in vista dell’annuncio. Basta vedere come l’ottenne Gesù e come l’ottenne la Chiesa stessa il giorno di Pentecoste. Luca così descrive l’evento del battesimo di Gesù: Mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo (Lc 3, 21-22). Mentre stava in preghiera: si direbbe che per san Luca fu la preghiera di Gesù a squarciare i cieli e a fare discendere lo Spirito Santo. Poco più oltre, nello stesso Vangelo di Luca, leggiamo: Folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro malattie. Ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare (Lc 5, 15-16). Quel ma avversativo è molto eloquente; crea un singolare contrasto tra le folle che premono e la decisione di Gesù di non lasciarsi travolgere dalle folle, rinunciando al suo dialogo con il Padre.
Se da Gesù passiamo ora alla Chiesa, notiamo la stessa cosa. Lo Spirito Santo, a Pentecoste, venne sugli apostoli mentre essi erano perseveranti e concordi nella preghiera (At 1, 14). L’unica cosa che possiamo fare nei confronti dello Spirito Santo, l’unico potere che abbiamo su di lui, è di invocarlo e di pregare. Non ci sono altri mezzi. Ma questo mezzo debole della preghiera e dell’invocazione, è, in realtà, infallibile: Quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono (Lc 11, 13). Dio si è vincolato a dare lo Spirito Santo a chi prega.
Non basta la preghiera personale; occorre anche quella dell’intera comunità. In Atti 4 si vede come è la comunità in preghiera, con la forza dei carismi che in essa si manifestano, che ridona coraggio agli apostoli Pietro e Giovanni, minacciati dal Sinedrio e incerti sul da farsi, sicché essi riprendono ad annunciare con franchezza il Cristo.
Lo sforzo per una vera evangelizzazione è esposto a due pericoli principali. Uno è l’inerzia, la pigrizia, il non fare nulla e lasciare che facciano tutto gli altri. L’altro è il lanciarsi in un attivismo umano febbrile e vuoto, con il risultato di perdere a poco a poco il contatto con la sorgente della parola e della sua efficacia. Sarebbe anche questo un votarsi al fallimento. Più aumenta il volume dell’evangelizzazione e dell’attività, più deve aumentare il volume della preghiera.
Si obietta: questo è assurdo; il tempo è quello che è! D’accordo, ma chi ha moltiplicato i pani, non potrà forse moltiplicare anche il tempo? Del resto, è quello che Dio fa continuamente e di cui facciamo ogni giorno l’esperienza. Dopo aver pregato, si fanno le stesse cose in meno di metà del tempo. Si dice ancora: Ma come starsene tranquilli a pregare, come non correre, quando la casa brucia? È vero anche questo. Ma immaginate cosa succederebbe a una squadra di pompieri che accorresse a spegnere un incendio e poi, sul più bello, si accorgesse di non avere con sé, nei serbatoi, una sola goccia d’acqua. Così siamo noi, quando corriamo ad evangelizzare senza pregare. Non è che venga a mancare la parola; al contrario, meno si prega più si parla, ma sono parole vuote, che non trafiggono il cuore di nessuno.
Ma che cosa avviene di tanto importante nella preghiera da determinare tutto questo cambiamento? È che con il solo fatto di mettersi in preghiera l’uomo si sottomette a Dio, si mette in atteggiamento di obbedienza e di apertura nei suoi confronti; riconosce a Dio il suo potere (Cfr. Sal 68, 35). Dio non può rivestire della sua autorità se non chi accetta la sua volontà. Diversamente sarebbe magia, non profezia. Dio - diceva l’apostolo Pietro, per spiegare l’incredulità dei capi del sinedrio - dà lo Spirito Santo a coloro che obbediscono a lui (Cfr. At 5, 32). Lo dà agli obbedienti.
Bisogna morire a se stessi, lasciarsi come lacerare il cuore, per accogliere tutta intera la volontà del Padre, che è tanto più grande e diversa dalla nostra. Gesù predicava alle folle e le folle dicevano, piene di stupore: Parla con autorità! Da dove gli viene tutta questa autorità? Certo che parlava con autorità! Parlava infatti con l’autorità stessa di Dio, perché quando uno si è arreso completamente a Dio, allora, misteriosamente, Dio si arrende a lui e gli affida il suo Spirito e il suo potere, di cui ora sa che non abuserà per sé e per la sua gloria, o per asservire i fratelli. Allora avviene che le parole che egli pronuncia trafiggono il cuore. Egli stesso sperimenta un’autorità che non viene da lui.
3. La rettitudine delle intenzioni
Un santo molto amato dal popolo russo, san Serafino di Sarov, diceva che predicare è facile. È come scagliare pietre dalla cima di un campanile. È il mettere in pratica ciò che si predica che è difficile. Difficile come portare a spalla quelle stesse pietre, da terra fino in cima al campanile. Anche predicare sulla necessità della preghiera è facile; è metterlo in pratica, tutti i giorni, con perseveranza, che è difficile.
Dopo la preghiera, un mezzo importantissimo per permettere allo Spirito Santo di operare attraverso la nostra predicazione è la rettitudine delle intenzioni. L’intenzione per Dio è quasi tutto. L’uomo vede l’esterno, ma Dio scruta le intenzioni del cuore (Cfr. 1 Sam 16, 7). Un’azione vale per Dio quanto vale l’intenzione con cui è fatta. Lo Spirito Santo non può agire nella nostra evangelizzazione, se il movente di essa non è puro. Non può farsi complice di menzogna. Non può venire a potenziare la nostra vanità. Bisogna dunque che ci domandiamo: perché vogliamo evangelizzare? Il perché si annuncia è importante quasi come il che cosa si annuncia. Nulla offusca e diminuisce tanto il potere della nostra evangelizzazione quanto la mancanza di purezza nelle intenzioni. Due sono le direzioni in cui è necessario soprattutto lavorare per purificare le nostre intenzioni: l’umiltà e l’amore.
San Paolo mette in luce che si può annunciare Cristo per scopi non buoni e non retti: Alcuni - dice - predicano Cristo per invidia e spirito di contesa... con spirito di rivalità, con intenzioni non rette (Fil 1, 15-17). Ci sono due fini fondamentali per cui si può predicare Cristo: o per se stessi, o per Cristo. Consapevole di questo, l’apostolo dichiara solennemente: Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore (2 Cor 4, 5).
A Pentecoste tutti comprendono gli apostoli, perché essi proclamano le grandi opere di Dio (Cfr. At 2, 11). Non proclamano se stessi, ma Dio. Non discutono più chi di loro è il più grande, ma sono unicamente preoccupati della grandezza e maestà di Dio. Ecco perché gli uomini, alla parola di Pietro, si sentirono trafiggere il cuore. Lo Spirito Santo passava senza ostacolo attraverso la sua parola, perché l’intenzione era retta, cioè diritta.
Quando ci convertiamo alla gloria di Dio e insieme annunciamo le sue grandi opere in fraterna concordia, nel rispetto scrupoloso delle direttive della Chiesa e in spirito di umiltà e di obbedienza, allora tutti ci ascolteranno, le persone si sentiranno trafiggere il cuore.
Gesù diceva: Io non cerco la mia gloria! (Gv 8, 50). Bisogna fare nostre queste parole e ripeterle a noi stessi. Facciamo di esse il nostro programma segreto. Questo è un grido che fa tremare le porte degli inferi. Ma ricordiamo una cosa: il tarlo della ricerca della propria gloria non muore, se prima non assaggia il legno amaro della croce. Accettare la croce, certe croci, è l’unica via per purificare davvero le nostre intenzioni e diventare anche noi, come gli apostoli a Pentecoste, morti a noi stessi e proclamatori solo delle grandi opere di Dio.
4. Evangelizzazione e compassione
Tolto di mezzo l’ostacolo principale che è la ricerca di sé, non siamo ancora alla perfezione delle intenzioni. L’intenzione nell’annunciare Cristo può essere inquinata da altre mancanze. Tra esse la principale è la mancanza d’amore. San Paolo dice: Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita (1Cor 13, 1). Si può annunciare per proselitismo, per trovare - nell’aumento del numero degli adepti una legittimazione alla propria Comunità. Si può annunciare per riempire il numero degli eletti, per portare il Vangelo ai confini della terra e così affrettare il ritorno del Signore. Alcuni di questi motivi sono, naturalmente, buoni e sacrosanti. Ma da soli non bastano. Manca quel genuino amore e compassione per gli uomini che è l’anima del Vangelo. Perché Dio mandò il primo missionario nel mondo, il Figlio suo Gesù? Per nient’altro che per amore: Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito (Gv 3, 16). Perché Gesù predicava il regno? Unicamente per amore, per compassione. Ho compassione di queste folle - diceva - perché sono come pecore senza pastore (Cfr. Mt 9, 36). Il Vangelo dell’amore non si può annunciare che per amore. Se non amiamo le persone che abbiamo davanti, le parole ci si trasformano facilmente tra le mani in pietre che feriscono. Bisogna allora convertirsi, chiedere a Gesù il suo amore, insieme con la sua parola.
Noi somigliamo spesso a Giona. Giona era andato a predicare a Ninive, ma non amava i niniviti e Dio dovette faticare di più per convertire lui, il predicatore, che non per convertire gli abitanti di Ninive. Giona è visibilmente più contento quando può gridare: Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta, che non quando deve annunciare il perdono di Dio e la salvezza di Ninive. Si preoccupa di più della pianta di ricino che gli procura un’ombra, che della salvezza di quella città. Tu ti dai pena - dice Dio a Giona - per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita! E io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra? (Gn 4, 10-11). Amore, dunque, per gli uomini. Ma anche e soprattutto amore per Gesù. È l’amore di Cristo che ci deve spingere. Mi ami tu? - dice Gesù a Pietro - Allora pasci le mie pecore (Cfr. Gv 21, 15 ss). Bisogna amare Gesù, perché solo chi è innamorato di Gesù lo può proclamare al mondo con intima convinzione. Non si parla con trasporto se non di ciò di cui si è innamorati.
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5. Un rinnovamento della predicazione nello Spirito
La mancanza, o la debolezza, di un primo annuncio forte della fede, che porti alla scoperta e alla scelta di Gesù come Signore e Salvatore personale della propria vita, è una delle cause principali del passaggio di molti cattolici, in certe aree, ad altre denominazioni cristiane, o addirittura alle sette. C’è certamente della verità in ciò. Noi cattolici siamo più preparati, dal nostro passato, a fare i pastori che i pescatori di uomini, cioè siamo più preparati a pascere le persone che sono rimaste fedeli alla Chiesa, che non a portare ad essa nuove persone, o a ripescare quelle che se ne sono allontanate. Nelle chiese protestanti, e specialmente in certe nuove chiese e sette, la predicazione è tutto. Di conseguenza, è ciò a cui vengono avviati e in cui trovano naturale modo di esprimersi gli elementi più dotati. È l’attività numero uno nella Chiesa.
San Paolo, il modello di tutti gli annunciatori, certamente metteva l’annuncio del vangelo prima di ogni cosa e tutto subordinava ad esso. C’è bisogno oggi di cristiani che sappiano convincere il mondo di peccato per avere rifiutato Gesù (Cfr. Gv 16, 8-9). Occorrono cristiani capaci di impugnare quelle armi che - come dice san Paolo hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni arroganza che si leva contro la conoscenza di Dio, e sottomettendo ogni intelligenza all’obbedienza di Cristo (2 Cor 10, 4-5).
Un giorno Pietro disse a Gesù: Noi abbiamo lasciato tutto per seguirti. Che cosa ne avremo in cambio? E Gesù rispose promettendo loro il centuplo quaggiù e la vita eterna (Cfr. Mt 19, 27-29). Anche a noi, forse, viene da pensare: quello a cui Gesù ci chiama come evangelizzatori è difficile; che cosa ne avremo in cambio? Gesù dà davvero il centuplo quaggiù, senza contare la vita eterna. Il centuplo in gioia, pienezza di senso e di vita; in figli, figlie, fratelli, sorelle e madri. Una gioia così profonda e intensa che Paolo la paragona alla gioia dell’uomo quando genera una nuova vita: Sono io - dice - che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo (1 Cor 4, 15). Nell’ambito spirituale, poche gioie sono paragonabili a questa di diventare padri e madri di anime.
A volte capita che ci viene tolta ogni gioia e sentiamo solo fatica, angoscia, tribolazione e, soprattutto, vergogna per l’incoerenza tra la nostra parola e la nostra vita, e voglia di tacere e di scappare. Ma allora è il momento più prezioso, quello di lasciare tutta la gioia a Gesù. È lui il grande mietitore assetato di anime, che siamo chiamati a rinfrancare con il nostro umile e devoto servizio. Perciò preghiamolo: Signore Gesù Cristo, noi siamo uomini dalle labbra impure e abitiamo in mezzo a un popolo dalle labbra impure. Ma se tu ci accetti, ognuno di noi oggi ti ripete con gioia, come il profeta Isaia: «Eccomi, Signore, manda me!».
Spunti di riflessione per la vita comunitaria
La Comunità che evangelizza ha bisogno dello Spirito perché è nello Spirito che essa riceve il mandato, la forza e i carismi.
La Pentecoste ci ricorda che per ottenere lo Spirito non basta soltanto la preghiera personale ma occorre essere Comunità orante. Ogni volta che ci riuniamo concordi per pregare (Preghiera Comunitaria, Celebrazione dell’Eucaristia, Cenacolo, ritiri, …) Dio rinnova per noi l’effusione dello Spirito.
Non esiste la missione personale, ma è sempre la Chiesa, il Corpo che evangelizza. Anche quando il mandato è conferito a specifici missionari tutta la Comunità è partecipe dell’azione e la sostiene.
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Secondo incontro
La Parola di Dio nella vita dell’annunciatore
Quando le tue parole mi vennero incontro Ger 15,16
1. Il sussurro di una brezza leggera
Nel primo libro dei Re è raccontato l’incontro di Elia con Dio sull’Oreb. Fuggendo dall’ira di Acab e Gezabele, Elia giunge al monte di Dio, l’Oreb. Qui entra in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Che cosa fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti». Gli disse: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Qui ha luogo la misteriosa teofania che conosciamo bene: ci fu un vento impetuoso, ma il Signore non era nel vento; ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto; ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il sussurro di una brezza leggera: il Signore era nel sussurro della brezza leggera! (cfr. 1 Re 19, 9-13).
Questo episodio è molto suggestivo, ma può essere frainteso, e difatti lo è spesso. Esso non significa che la parola di Dio si manifesta sempre come un dolce mormorio e che essa non ha niente a che vedere con il vento, il terremoto e il fuoco. Essa è, al contrario, tutte queste cose e lo si vede proprio nella vita di Elia. Tessendo l’elogio di Elia, il Siracide dice: Allora sorse Elia profeta, come un fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola (Sir 48, 1).
L’insegnamento da trarre dall’episodio è un altro e riguarda la ricezione della parola di Dio da parte del profeta. Il profeta, in altre parole, accoglie la Parola nel silenzio e nella calma, ma in lui essa si trasforma e si riversa sul popolo sotto forma di fuoco e di tuono. Elia è il prototipo e il simbolo dell’annunciatore della parola di Dio. Dalla sua esperienza vogliamo partire, per cercare di illuminare il rapporto personale che esiste tra la Parola e il profeta, l’ascolto della Parola che deve precedere l’annuncio della Parola.
2. La Parola uscita dal silenzio
L’episodio che abbiamo rievocato si svolge in un clima tutto particolare: di notte, nel deserto, sul monte, in un grande silenzio e solitudine profonda. Gli uomini sono rimasti indietro, lontani; ci sono soltanto il Signore e il suo angelo (quello che dice a Elia: Alzati e mangia). Bisogna infatti camminare a lungo e giungere al regno del silenzio, prima di poter udire la parola che esce dalla bocca di Dio. Anche su Giovanni Battista, infatti, la parola di Dio scese nel deserto (cfr. Lc 3, 2).
Se ci sono poche parole di Dio, è perché c’è troppo poco silenzio. Sempre la parola di Dio esce dal silenzio: è la condizione della sua verginità. S. Ignazio d’Antiochia diceva che Gesù Cristo è la Parola del Padre uscita dal silenzio. Anche una volta venuto in terra, quando il Verbo incominciò a predicare, la sua parola uscì dal silenzio, il grande silenzio di Nazaret. Come prima di ricevere l’Eucaristia, si impone il digiuno dai cibi e dalle bevande, così è necessario un digiuno prima di ricevere la Parola: digiuno dalle parole proprie e altrui. È tale l’esigenza della parola di Dio di essere tenuta distinta dalle parole umane che, mandando i suoi discepoli a predicare il Vangelo, Gesù raccomandò loro di non salutare nessuno per strada (cfr. Lc 10, 4).
Ma non si tratta solo di silenzio, almeno non solo di silenzio esteriore. Si tratta di uno svuotamento totale di sé, di un essere segregato per il Vangelo, cioè separato da tutto, come dice di sé l’Apostolo (cfr. Rm 1, 1). È come inoltrarsi in un deserto, deponendo, a mano a mano che ci si inoltra in esso, le immagini, i ricordi, i desideri, gli idoli del mondo rumoroso lasciato alle spalle. La parola di Dio (Va’, ungi Hazaèl, ungi Ieu, ungi Eliseo) giunse, quella volta, a Elia al termine di un cammino di desolazione, quando non aveva più forze e si sentiva un fallito, al punto da esclamare: Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri (1 Re 19, 4). Bisogna che il vaso di creta sia prima svuotato di tutto per poter accogliere il tesoro della parola di Dio (cfr. 2 Cor 4, 7). Supponi - scrive Agostino - che Dio ti voglia riempire di miele: se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna gettar via il contenuto del vaso, anzi, bisogna addirittura pulire il vaso, pulirlo faticosamente, raschiarlo, perché si presenti atto ad accogliere questa realtà misteriosa.
Apparentemente la parola di Dio è a portata di mano; è lì nella Scrittura. Ma in realtà essa è come certi fiori di alta montagna che spuntano su rocce scoscese e aguzze: è necessario graffiarsi le mani e le dita per andarli a cogliere. La Scrittura diventa proprio essa, per l’annunciatore, quel deserto in cui si vaga smarriti come Elia.
3. Il libro dolce e amaro
Grande è, in questo momento, la gioia dell’incontro tra l’annunciatore e la Parola; essa è proporzionata alla pena sopportata nella ricerca e nell’attesa. Geremia descrive così questo momento unico: Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore (Ger 15,16).
La Scrittura descrive questo momento, in cui Dio dà la sua parola all’uomo, con un’immagine che ricorre due o tre volte nella Bibbia: l’immagine del piccolo libro offerto da mangiare. In modo implicito, essa è già presente nel passo di Geremia appena riportato.
In Ezechiele si legge: Io guardai, ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me; era scritto da una parte e dall’altra e conteneva lamenti, pianti e guai. Mi disse: «Figlio dell’uomo, mangia ciò che ti sta davanti, mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele». Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: «Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo». Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele (Ez 2, 9 – 3, 3).
L’Apocalisse riprende questa immagine, aggiungendo però un elemento importante: il piccolo libro, in bocca è, sì, dolce come il miele, ma riempie di amarezza le viscere del profeta (cfr. Ap 10, 8-10). Il libro rappresenta qui il concreto messaggio che il profeta è chiamato a proclamare in una precisa circostanza; ma è evidente che esso rappresenta anche la parola di Dio in generale; esprime una regola costante del servizio della Parola. Dobbiamo cercare di capire bene questa immagine del rotolo, perché essa dice di più, sul servizio della Parola, che interi trattati di pastorale dell’annuncio.
Dio dice al profeta: prendi e mangia questo rotolo, divoralo, inghiottiscilo. C’è una differenza enorme tra il libro semplicemente letto o studiato e il libro ingoiato. Nel primo caso, il libro resta esterno, il rapporto con la Parola è mediato e distaccato; la Parola è passata solo attraverso gli occhi, o il cervello, dell’annunciatore; è una sorta di semplice travaso che si opera, dalle pagine di libri agli orecchi degli ascoltatori (o alle pagine di altri libri, se si tratta di annuncio scritto). Parla come un libro stampato, si dice di questo annunciatore. Egli difficilmente smuove i cuori.
Nel secondo caso - il libro ingoiato - la Parola si incarna nell’annunciatore, diventa parola di carne, parola viva ed efficace. Il rapporto tra l’annunciatore e la Parola è immediato e personale. C’è una sorta di misteriosa immedesimazione che fa pensare, appunto (s’intende, per analogia), al fatto dell’incarnazione.
L’annunciatore che inghiottisce la Parola e l’accoglie nelle proprie viscere, come fece Maria, permette alla parola di Dio di incarnarsi nuovamente e di abitare in mezzo agli uomini. La Parola ingoiata è una Parola assimilata dall’uomo, sebbene si tratti di una assimilazione passiva (come nel caso dell’Eucaristia), cioè di un essere assimilato dalla Parola, soggiogato e vinto da essa, che è il principio vitale più forte.
Ma entriamo nel vivo dell’immagine. Il piccolo libro, dice l’Apocalisse, è dolce come miele sulla bocca, ma amarissimo nelle viscere. Che significa ciò? Che la Parola è dolce per gli altri, per chi l’ascolterà dalle sue labbra, ma è amara per l’annunciatore; anzi, che sarà tanto più dolce e persuasiva per gli altri, quanto più è stata amara per lui. La parola del Vangelo è così dolce per noi, dolce come un favo di miele, perché fu così amara per Gesù, tanto amara da strappargli il grido: L’anima mia è triste fino alla morte!
4. Tu sei quell’uomo!
Due sono i motivi di questa amarezza; comprenderli è penetrare nell’intimità più profonda del mistero dell’annuncio.
Il primo motivo è il peccato. La Parola giudica il peccato e tu sei peccatore! Mi dirai: E allora Gesù? Gesù non era un peccatore, certo, ma portava il peccato di tutti noi e dunque era come se lo fosse; anzi, più che semplice peccatore, egli era - lo dice la Scrittura - il peccato (cfr. 2 Cor 5, 21). Ma lasciamo, con rispetto, da parte Gesù che è un caso tutto diverso e occupiamoci di noi. Ingoiare il rotolo pieno di guai, lamenti e pianti è ingoiare il terribile giudizio di Dio contro il peccato. Quando questo giudizio entra in contatto con il peccato, scoppia una tremenda rissa. E questo contatto avviene, per primo, proprio nel cuore dell’annunciatore; deve avvenire qui; qui deve scoppiare la tempesta, altrimenti non succederà nulla e la Parola arriverà alle labbra spenta.
Quando la parola di Dio venne su Isaia, ci fu un momento che il profeta si sentì perso ed esclamò: Ohimé! Io sono perduto perché un uomo dalle labbra impure io sono (Is 6, 5). L’apostolo Paolo diceva che Cristo era venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali il primo era lui (cfr. 1 Tm 1, 15). Sono forse io migliore dell’apostolo Paolo? No certamente! Perciò anch’io devo dire: Di essi, il primo sono io!
La Bibbia dice spesso che la parola di Dio è una spada a doppio taglio; doppio taglio significa che taglia sopra e sotto; ma si può intendere anche in un altro modo: che taglia in avanti e indietro; che giudica non solo chi l’ascolta, ma anche chi la proclama. S. Agostino diceva che è vano predicatore, all’esterno, della parola di Dio, colui che non è, lui stesso, un ascoltatore all’interno. Voi - aggiungeva - siete gli uditori della Parola, noi i predicatori. Ma dentro, dove nessuno può vedere, siamo tutti uditori.
Ogni volta che tu, annunciatore della Parola, gridi contro qualche peccato, quando spieghi la parabola del buon samaritano e parli di quel sacerdote e di quel levita che passano oltre, quando ti trovi a parlare di quel servo che ha ricevuto il condono della grande somma e non sa condonare al suo conservo, ascolta bene e udrai dentro di te, nelle tue viscere, come un rimbombo della tua parola che dice (come diceva Natan a David): Tu sei quell’uomo! Tu sei quell’uomo! Perché è di noi, anzitutto, che si tratta!
Quando leggi l’accusa di Gesù: Guai a voi, scribi e farisei, che mettete pesi insopportabili sulle spalle degli altri, senza che voi li tocchiate con un dito (cfr. Mt 23, 4), in questo momento, tu sei quell’uomo! Tu sei colui che mette pesi insopportabili sulle spalle degli altri, tu stai esigendo la perfetta coerenza tra l’annuncio e la vita, mentre sai di esserne personalmente tanto lontano!
Prima di predicare agli altri la Parola, la Parola predica a me. S. Paolo fa una lunga requisitoria contro coloro (in quel caso, i giudei) che, essendo i depositari delle Scritture, le usano solo per giudicare gli altri e non se stessi. Tu - dice - ti glori di conoscere la volontà di Dio e di saper discernere ciò che è bene; sei convinto di essere guida dei ciechi, luce di coloro che sono nelle tenebre, educatore degli ignoranti, maestro dei semplici, perché possiedi la legge. Ebbene, come mai tu, che insegni agli altri, non insegni a te stesso? (cfr. Rm 2, 17-21). L’Apostolo fa subito alcuni esempi, ma noi ne possiamo fare altri: Tu che condanni l’odio e predichi l’amore, ami veramente il prossimo? Ami i nemici? Tu che proclami: Beati i poveri, sei veramente distaccato dalle cose, dalla ricompensa? Sei pronto a lasciare tutto? Sei povero?
Noi lodiamo, Signore, a questo punto, la tua parola; desideriamo riconoscere con ammirazione che la tua parola è davvero quella spada a doppio taglio che penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e davanti alla quale non c’è creatura che possa nascondersi (cfr. Eb 4, 12-13).
5. Partecipi di una passione divina
Ma il nostro peccato è solo il primo motivo dell’amarezza della parola di Dio per l’annunciatore. Ce n'è un altro. Quel piccolo libro, ingoiato prima da Geremia, poi da Ezechiele, poi da Giovanni, era pieno di lamenti, pianti e guai. Ma quei lamenti non sono principalmente lamenti di uomini; è il lamento di Dio! Quel lamento che risuona, per chi lo sa ascoltare, lungo tutta la Bibbia, nel grido: Popolo mio, popolo mio! Quel pianto è il pianto segreto di Dio sui figli che gli si ribellano con continua ribellione e che finalmente si esterna in lacrime vere sugli occhi di Gesù davanti a Gerusalemme. Oh, questa è una causa ben più profonda di amarezza! È partecipare al pathos, cioè alla passione, di Dio. Origene ci ha lasciato questa pagina di segreta bellezza: Il Salvatore è disceso sulla terra per pietà verso il genere umano. Egli ha subito le nostre passioni prima di soffrire la croce, prima ancora che si fosse degnato di prendere la nostra carne: ché, se non le avesse subite dapprima, non sarebbe venuto a partecipare alla nostra vita umana. Qual è questa passione, che dall’inizio egli ha subito per noi? È la passione dell’amore. Ma il Padre stesso, Dio dell’universo, lui che è pieno di longanimità, di misericordia e di pietà, non soffre forse in qualche modo? O forse tu ignori che, quando si occupa delle cose umane, egli soffre una passione umana? Egli soffre una passione d’amore.
Dio Padre soffre una passione d’amore per il genere umano. Tutta la parola di Dio è impregnata di questa passione; non la si può annunciare, dunque, freddamente, senza partecipare, in qualche modo, a quella stessa passione, senza essere, come Elia, pieni di zelo per il Signore degli eserciti. Ecco perché la parola di Elia, quella di Geremia, quella di Francesco d’Assisi e di tanti altri santi, bruciava come fuoco: essi si erano affacciati sull’abisso, avevano intravisto la verità. Un Dio che non è ascoltato dalle sue creature, un Padre che è disprezzato dai suoi figli, che è costretto a fare violenza al suo cuore che vorrebbe solo amare, amare, e deve invece minacciare, minacciare e punire, punire.
Prima di Gesù, l’uomo che più da vicino visse questa passione di Dio fu, forse, il profeta Geremia che in tante cose, del resto, prefigurava la passione di Cristo. A un certo punto, il suo cuore si fuse con quello di Dio, divenne un cuore solo e ci fu un grido divino e umano che anticipava quello di Gesù nel Getsemani: Le mie viscere, le mie viscere!
Sono straziato. Mi scoppia il cuore in petto, mi batte forte; non riesco più a tacere. Sono pieno dell’ira del Signore, non posso più contenerla (Ger 4, 19; 6, 11).
Quando Giovanni ebbe inghiottito il piccolo libro e dopo che ne ebbe assaporato nelle viscere tutta l’amarezza, udì una parola che è anche per noi oggi: Allora mi fu detto: Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re (Ap 10,11).
Spunti di riflessione per la vita comunitaria
Dio non ha bisogno di bravi predicatori che parlano per gli altri e la cui vita è distante dalla Parola, ma ha bisogno di testimoni autentici.
La Parola, spada a doppio taglio, purifica la Comunità e la separa dal mondo rendendola segno, città sul monte, luce delle nazioni, sale della terra, lievito nel mondo. Il mondo cerca tali testimoni e desidera vedere in noi semplicità di vita, spirito di preghiera, carità.
La Comunità annuncia al mondo che Cristo è la salvezza. Per questo il suo annuncio nasce sempre da un cuore colmo di compassione e di misericordia che condivide il desiderio di Cristo di salvare le anime, di consolare i sofferenti, di liberare gli oppressi. Tutta la Comunità ha un cuore missionario perché ogni suo membro condivide l’angoscia di Cristo di fronte alle folle sbandate e sfinite come pecore senza pastore e ripete spesso la sua parola: Sento compassione di questa folla (Mt 9, 36).
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Terzo incontro
Il contenuto della predicazione cristiana
Noi annunciamo Cristo Gesù Signore 2 Cor 4, 5
Il Kerygma (Gesù è il Signore!) è ciò che il Nuovo Testamento chiama la spada dello Spirito (Ef 6, 17), cioè una parola di Dio viva, efficace che penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito (Ebr 4, 12). È lo strumento di cui si serve lo Spirito per operare il miracolo della venuta di un uomo alla fede, per farlo rinascere dall’alto (cfr. Gv 3, 3).
Se con la tua bocca proclamerai: “Gesù è il Signore!”, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo (Rm 10, 9). Quella parola è dunque l’esclamazione: Gesù è il Signore! Il mistero di questa parola è tale che essa non può essere detta se non sotto l’azione dello Spirito Santo (1 Cor 12, 3). Intendiamoci bene: dopo la Pentecoste, gli apostoli non vanno in giro per il mondo ripetendo sempre e soltanto: Gesù è il Signore! Quello che fanno, quando si trovano ad annunciare per la prima volta la fede in un certo ambiente, è, piuttosto, di andare dritti al cuore del vangelo proclamando i fatti: Gesù è morto - Gesù è risorto, e il perché (o meglio il per me) di questi due fatti: è morto per i nostri peccati; è risorto per la nostra giustificazione (cfr. 1 Cor 15, 4; Rm 4, 25).
L’annuncio: Gesù è il Signore non costituisce l’intera predicazione, ne è però l’anima
1. Dal Gesù che predica al Cristo predicato
Nella seconda lettera ai Corinzi - che è, per eccellenza, la lettera dedicata al ministero della predicazione - S. Paolo scrive: Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore (2 Cor 4, 5). Agli stessi fedeli di Corinto, in una precedente lettera, aveva scritto: Noi annunciamo Cristo crocifisso (1 Cor 1, 23).
Quando l’Apostolo vuole abbracciare con una sola parola il contenuto della predicazione cristiana, questa parola è sempre la stessa; è una persona: Gesù Cristo! Di lui, in un caso mette in rilievo l’evento della croce (Cristo crocifisso), nell’altro la condizione nella quale, grazie alla croce e alla risurrezione, è entrato: la sua signoria; ma si tratta sempre della stessa realtà personale, vista nei successivi momenti della sua esistenza. In queste affermazioni dell’Apostolo, Gesù non è visto più - come avveniva nei vangeli - nella sua qualità di annunciatore, ma nella sua qualità di annunciato. È avvenuto il passaggio dal Gesù che predica al Gesù predicato, che coincide, del resto, con il passaggio dal tempo di Gesù al tempo della Chiesa. Con la Pasqua, si rivela chi è Gesù; egli stabilisce il regno di Dio attraverso il suo mistero di morte e risurrezione, tanto che, nella loro predicazione, gli apostoli possono sostituire, con tutta naturalezza, l’espressione regno di Dio con l’espressione Gesù Signore.
Tutto, dunque, prende avvio dalla risurrezione. Il nome di Gesù si è caricato, nella sua resurrezione - quando lo Spirito ha fatto irruzione nel sepolcro -, di potenza e splendore, come il nostro sole, nell’esplosione iniziale da cui ha avuto origine il cosmo, si è caricato di un’energia che gli permette di riscaldare la terra fino alla fine del mondo. Ma, a differenza dell’energia fisica nascosta nel sole e nell’intero universo, quella spirituale nascosta in Cristo Gesù non va soggetta al deperimento e alla trasformazione, perché egli non vive più nel tempo, ma nell’eternità, vive fuori del divenire. Gesù, perciò, è potente oggi, esattamente come lo era duemila anni fa, quando era in terra tra gli uomini. I suoi: Vieni e seguimi, pronunciati oggi nell’intimo dei cuori, hanno la stessa forza che avevano quando furono detti agli apostoli. E, infatti, vediamo tanti giovani che, a quella voce, lasciano tutto, e anche molto di più di ciò che lasciarono gli apostoli, e lo seguono.
3. L’esempio di Paolo apostolo
Gesù è per Paolo l’eroe, e ciò di cui è innamorato, è la sua migliore essenza. Di fronte a lui, egli vuole scomparire perché egli sia ammirato e amato: Noi non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore! Altrove lo chiama significativamente: Cristo Gesù mio Signore (cfr. Fil 3, 8), racchiudendo in questa espressione tutta la sua umile fierezza per Gesù, tutto il suo amore per lui. Di fronte alla sublimità della conoscenza di lui, tutto ormai gli sembra una perdita e una spazzatura. Gesù non è per Paolo un’astrazione mentale, o un mito; è una persona esistente e vivente: Perché io possa conoscere lui..., dice (Fil 3, 10) e in quel pronome lui è detto più che in interi trattati: lui, il Risorto, colui che mi ha amato, Gesù in carne ed ossa... È tale la sua passione per Gesù da desiderare di sciogliersi dal corpo unicamente per andare a stare con Cristo, per poterlo conoscere e possedere pienamente (cfr. Fil 1, 21 ss.). Ma è impossibile penetrare fino in fondo nel rapporto che c’è tra il predicatore Paolo e il suo eroe Gesù. È un rapporto di totale dipendenza; cioè, Paolo è convinto, e lo dice, che non ha niente da dire di suo fuori di Gesù; niente di nuovo. Tutto quello che dice lo prende da lui. Paolo è pura relazione a Gesù.
Tuttavia, dobbiamo dire che la potenza racchiusa nel nome di Gesù, normalmente, non diventa attiva se non attraverso la fede dell’annunciatore, non attraverso la semplice proclamazione della parola. Il vero annuncio cristiano, il Kerygma, non consiste in una comunicazione di proposizioni sulla fede, ma in una comunicazione della fede stessa. Dire: Gesù è il Signore! è dire qualcosa anche di sé; significa dire: Gesù è il mio Signore! Si capisce allora che un certo rapporto intimo con Gesù, fatto di assoluta dedizione, di profonda amicizia e ammirazione, è il segreto del vero annunciatore del Vangelo.
Questo, allora, noi dobbiamo predicare, semplicemente, senza troppi giri di frase; comunicare la certezza che tutto è compiuto, che l’esito della lunga lotta è già deciso e che non si tornerà più indietro, alla situazione di prima. Proclamare, insomma, che Gesù è il Signore, perché tutto è racchiuso in questa sola parola. Lo Spirito del Signore fu su Gesù di Nazareth soprattutto perché predicasse il lieto annunzio che il regno di Dio era arrivato. Oggi lo Spirito Santo è sulla Chiesa (e su coloro che la Chiesa manda ad evangelizzare) per lo stesso scopo: perché proclami il lieto annunzio che Gesù, crocifisso e risorto è il Signore. È questa la vera spada dello Spirito. Questa spada ci serve ancora; non ne possiamo fare più a meno; essa soltanto, infatti, può trapassare la spessa coltre di incredulità che è scesa sul mondo e sul cuore stesso di molti cristiani. E poiché abbiamo usato l’immagine della spada, traiamone un’altra applicazione: se uno usa la spada, o il coltello, o qualsiasi altra lama, di piatto anziché di taglio o di punta, essa non ferisce nessuno; così è della predicazione della Chiesa: se diciamo mille cose, tra cui anche che Gesù è il Signore, quest’ultima cosa non trafigge il cuore, come si legge che avvenne quando Pietro proclamò, dopo la Pentecoste: Voi avete ucciso Gesù di Nazareth; Dio lo ha risuscitato. Pentitevi (cfr. At 2, 37). Un uomo come è Paolo, reso incandescente da Gesù, come il ferro dal fuoco, diventa una potenza di annuncio. Non bastano né le catene, né le prigioni a fermarlo; dalla cattività, escono alcune delle lettere più fiammeggianti su Gesù, come quella ai Filippesi. Quanti cuori ha infiammato per Gesù Paolo in questi venti secoli, quanti ne infiammerà ancora fino alla fine del mondo! Di lui, apparendo ad Anania, Gesù stesso disse: Egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re e ai figli d’Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome (At 9, 15 s.). Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire: lo mostrerò a lui, non agli altri; soltanto io e lui sapremo la sua sofferenza... Sì, perché è così, anche oggi, riguardo a colui che Gesù sceglie per portare il suo nome dinanzi ai popoli e i re: colui che chiama a portare il suo nome, lo chiama a portare anche la sua croce.
4. Ritorno al kerygma
Noi non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: ora siamo noi che dobbiamo fare nostro il programma di Paolo: predicare Gesù Signore. Satana questo teme sopra ogni cosa: non che si facciano lunghi e dotti discorsi su ogni genere di problema, ma che si parli di Gesù, che si proclami che Gesù è Dio, che si predichi la sua vittoria e la potenza invincibile del suo Sangue. La domanda più seria però è questa: quanti sono pronti a proclamare questo annuncio nello Spirito Santo, cioè da veri credenti; quanti cioè sono pronti a ripetere con Paolo: La mia parola e il mio messaggio non si basano su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza (cfr. 1 Cor 2, 4). Nessuno può dire: Gesù è il Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo, cioè se non è lui stesso in stato di confessione. Se lo dice, non sotto l’azione dello Spirito Santo, ma anzi nel peccato, o nell’abitudine, resta un dire umano che non contagia nessuno; il contagio avviene in presenza di uno che ha la malattia, non di uno che parla della malattia.
5. Vogliamo vedere Gesù
Come all’inizio della Chiesa, anche oggi, ciò che può scuotere il mondo dal torpore dell’incredulità e convertirlo al Vangelo non sono le apologie, i trattati teologici o politici, o le discussioni interminabili; è l’annuncio semplice, ma forte della fortezza stessa di Dio, che Gesù è il Signore. Occorre riaccendere quel rapporto con Gesù Signore vivente nello Spirito, da cui viene ogni forza. La forza di Gesù risorto è intatta, come il giorno stesso in cui risorse; la corrente di grazia non si è per nulla affievolita... Ma occorre rimettere la spina della fede in questa presa, perché avvenga il contatto. Rimetterla sempre di nuovo, perché essa tende sempre a staccarsi. Noi uomini non reggiamo a un regime di alta tensione soprannaturale; il soprannaturale non ci è naturale! Tendiamo perciò sempre a distaccarcene di fatto, anche se non avvertitamente, adeguandoci alla nostra misura e adeguando anche le realtà soprannaturali alla nostra misura. Così, al posto del Gesù Signore vivente e operante nello Spirito, ci ritroviamo sistematicamente a operare con idee su Gesù, teorie su Gesù, o anche con dogmi su Gesù. Non si convertono gli uomini, presentando loro delle verità su Gesù, ma presentando loro Gesù. Senza saperlo, gli uomini di oggi chiedono alla Chiesa la stessa cosa che chiesero un giorno alcuni greci agli apostoli, durante la vita terrena di Gesù: Vogliamo vedere Gesù! (Gv 12, 21).
La situazione odierna è tornata ad essere vicina a quella delle origini (quando il cristianesimo agiva in un mondo pagano ad esso estraneo e ostile), l’appello che ci viene dall’esperienza della Chiesa primitiva è di tornare a ripristinare il Kerygma apostolico che servì ad annunciare la fede al mondo pagano e intorno a cui si formò la prima comunità, distinguendolo da ogni altra cosa, perfino dalla catechesi, che nutre e forma la fede. Bisogna che questo annuncio fondamentale sia proposto, nitido e scarno, a tutti coloro che non l’hanno mai ricevuto. Dio sta suscitando di nuovo fame e sete di questo annuncio che costituisce la più radicale alternativa ai falsi idoli e alla falsa sapienza del mondo.
Spunti di riflessione per la vita comunitaria
La missione della Comunità è annunciare al mondo che Cristo è vivo. Questa buona notizia è data al mondo con amore e carità ma anche senza tentennamenti, senza riduzione né adattamenti, nella convinzione profonda che il Vangelo non può essere modellato sull’uomo (cfr. Gal 1, 1) Il kerygma è il grido che solo una Comunità unita può far risuonare nel mondo. L’amore della vita fraterna infatti attira ed è quindi, già di per sé, una testimonianza senza parole che suscita al mondo interrogativi irresistibili: perché si amano così? perché vivono in tal modo? che cosa o chi li ispira? E tutti noi chiamati a questa testimonianza siamo evangelizzatori.
Qui c’è un invito rivolto alla Chiesa, un invito a reinnamorarsi di Gesù suo Sposo e suo Salvatore; a riporre in esso tutta la sua fiducia; a credere fermamente che è vero ciò che disse un giorno S. Pietro, che non vi è sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati (cfr. At 4,12).
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Quarto incontro
Parole «vane» e parole «efficaci»
Di ogni parola vana Mt 12,36
La parola di Dio è viva, efficace (energes) (Eb 4, 12). Ma è un concetto di lunga data. In Isaia, Dio dichiara che la parola uscita dalla sua bocca non ritorna mai a lui senza effetto, senza avere operato ciò per cui l’ha mandata (cfr. Is 55, 11).La parola vana, di cui gli uomini dovranno rendere conto nel giorno del giudizio, non è dunque ogni e qualsiasi parola inutile; è la parola vuota, pronunciata da colui che dovrebbe invece pronunciare le energiche parole di Dio. è, insomma, la parola del falso profeta, che tira fuori la parola dal suo cuore cattivo, che non può produrre che parole vuote, che non riceve la parola da Dio e tuttavia induce gli altri a credere che sia parola di Dio. Avviene esattamente il rovescio di ciò che diceva S. Paolo: avendo ricevuta una parola umana, la si prende non per quello che è, ma per quello che non è, e cioè per parola divina. Di ogni parola vana su Dio, dovrà rendere conto l’uomo! Essa si riconosce dai frutti che non produce, perché, per definizione, è sterile, senza efficacia (s’intende, nel bene). Dio vigila sulla sua parola (cfr. Ger 1, 12), è geloso di essa e non può permettere che l’uomo si appropri del potere divino in essa racchiuso; egli è terribile contro questo peccato dei falsi profeti.
1. Parole «vane» e parole «efficaci»
Nel vangelo di Matteo, nel contesto del discorso sulle parole che rivelano il cuore, è riportata una parola di Gesù che ha fatto tremare i lettori del Vangelo di tutti i tempi: Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio (Mt 12, 36). È stato sempre difficile spiegare cosa intendesse Gesù per parola vana. Una certa luce ci viene da un altro passo del vangelo di Matteo (7, 15-20), dove ritorna lo stesso tema dell’albero che si riconosce dai frutti e dove tutto il discorso appare rivolto ai falsi profeti: Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Se il detto di Gesù ha qualche rapporto con quello sui falsi profeti, allora possiamo forse scoprire cosa significa la parola vana. Il termine greco (argòn) vuol dire senza effetto (a privativo più ergos, opera): parola che non fonda niente, che non produce nulla: quindi, vuota, sterile. In questo senso è giusta l’antica traduzione della volgata: parola oziosa, inutile. Non è difficile intuire cosa vuol dire Gesù, se confrontiamo questo aggettivo con quello che, nella Bibbia, caratterizza costantemente la parola di Dio con l’aggettivo efficace (energes): che opera, che è seguita sempre da effetto (ergos) (lo stesso aggettivo da cui deriva la parola energico). S.Paolo, ad esempio, scrive ai Tessalonicesi che, avendo ricevuta la parola divina della predicazione dall’Apostolo, l’hanno accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio che opera (energeitai) in coloro che credono (cfr. 1 Ts 2, 13). Il falso profeta, sono io, ogni volta che (e questo avviene spesso) non mi fido della debolezza, stoltezza, povertà e nudità della Parola e la voglio rivestire e stimo il rivestimento più della Parola ed è più il tempo che spendo intorno al rivestimento che quello che spendo intorno alla Parola, standovi davanti in preghiera, adorandola e cominciandola a vivere in me. Gesù, a Cana di Galilea, trasformò l’acqua in vino, cioè la morta lettera nello Spirito che vivifica (così interpretano spiritualmente il fatto i Padri); i falsi profeti sono coloro che fanno tutto l’opposto e cioè trasformano il vino puro della parola di Dio in acqua che non inebria nessuno, in lettera morta, in vano chiacchiericcio, o in parole di sapienza umana (cfr. 1 Cor 2, 4).
2. Chi sono i falsi profeti
Ma noi non stiamo qui a fare una disquisizione sui falsi profeti nella Bibbia. Come sempre, è di noi che si parla nella Bibbia ed è a noi che parla la Bibbia. Quella parola di Gesù non giudica il mondo, ma noi; il mondo non sarà giudicato sulle parole vane (tutte le sue parole, nel senso descritto sopra, sono parole inutili!), ma sarà giudicato, semmai, per non aver creduto in Gesù (cfr. Gv 16, 9). Gli uomini che dovranno rendere conto di ogni parola vana siamo noi chiamati ad annunciare la parola di Dio. I falsi profeti non sono soltanto coloro che di tanto in tanto spargono eresie (come si pensa di solito), ma sono anche coloro che falsificano la parola di Dio. È Paolo che usa questo termine, traendolo dal linguaggio corrente; alla lettera, esso significa annacquare la Parola, come fanno gli osti fraudolenti, quando allungano con acqua il loro vino (cfr. 2 Cor 2, 17; 4, 2).
Gesù, lui, non ha detto parole inutili. Le sue parole erano tutte Spirito e vita (cfr. Gv 6, 63); non ha cercato di rendersi accetto con belle parole che mettono gli altri a proprio agio e fanno fare bella figura. Ha semplicemente proferito le parole di Dio (Gv 3, 34) e con queste ha cambiato la faccia della terra. Quando non si riesce a proporre mai la semplice e nuda parola di Dio, senza farla passare attraverso mille distinzioni e precisazioni e aggiunte e spiegazioni, in se stesse anche giuste, ma che estenuano la parola di Dio, si fa la stessa precisa cosa che Gesù rimproverò, quel giorno, ai farisei e agli scribi: si annulla la parola di Dio; la si irretisce, facendole perdere gran parte della sua forza di penetrazione nel cuore degli uomini.
3. Parlare con parole di Dio
Nella Seconda lettera ai Corinti, san Paolo scrive: Noi non siamo infatti come quei molti che fanno mercato della parola di Dio (alla lettera: annacquano, falsificano!), ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo (2 Cor 2, 17), e san Pietro, nella Prima lettera, esorta i cristiani dicendo: Chi parla, lo faccia con parole di Dio. Le chiacchiere profane sono quelle che non hanno attinenza con il disegno di Dio, parole morte che non saziano la fame, parole senza gusto alcuno di Dio. In questo modo noi offriamo al mondo un ottimo pretesto per rimanere tranquillo nella sua miscredenza e nel suo peccato.
Davanti alla grandezza dell’annuncio cristiano san Paolo si domanda: E chi è all’altezza di questo compito? (2 Cor 2,16). Nessuno, è chiaro, è all’altezza. Portiamo questo tesoroin vasi di creta (2 Cor 4, 7). Possiamo però pregare e dire: Signore, abbi pietà di questo povero vaso di creta che deve portare il tesoro della tua parola; preservaci dal pronunciare parole inutili quando parliamo di te; facci sperimentare una volta il gusto della tua parola perché la sappiamo distinguere da ogni altra e perché ogni altra parola ci sembri insipida.
Diffondi, come hai promesso, la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma di ascoltare la parola del Signore (Am 8, 11).
4. La Spirito conferma la parola con segni e prodigi
Ma lo Spirito non solo rende irresistibile la parola di Dio, ma la conferma anche con opere di potenza. Gesù, dopo aver vinto la tentazione nel deserto, ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e insegnava nelle loro sinagoghe (Lc 4, 14 ss.). Tutta l’attività evangelizzatrice di Gesù, che inizia in questo momento, è collocata sotto l’azione dello Spirito Santo. “Lo Spirito del Signore è sopra di me, e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” (Lc 4, 18). E lo Spirito Santo rende la parola di Gesù, parola efficace.
Quando Gesù parla, succedono sempre cose prodigiose: il paralitico si alza, il mare si calma, il fico si secca, i ciechi riacquistano la vista. Quando Gesù parla, Satana è percosso e cade come fulmine dal cielo; i demoni sono come bruciati dalle sue parole ed escono gridando: Sei venuto a perderci! Tale è la straordinaria potenza che opera in questa parola. Se ora, da Gesù, passiamo alla Chiesa, vediamo che ciò che era avvenuto nel Capo si rinnova nel corpo. Fin dall’inizio l’evangelizzazione appare come il risultato di due testimonianze congiunte tra loro: quella umana e visibile e quella invisibile e divina dello Spirito che opera dentro la prima e si rende visibile e quasi palpabile negli effetti che produce e nei segni che l’accompagnano. S. Paolo scrive: La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza (1 Cor 2, 4). E queste manifestazioni dello Spirito sono i segni, prodigi e miracoli (cfr. 2 Cor 12,12) che accompagnano la predicazione e che sono destinati soprattutto agli ascoltatori affinché credano.
L’operare segni e prodigi è una particolare manifestazione dello Spirito carismatico nella storia della salvezza e nella Chiesa, un importante elemento, che accompagna la rivelazione divina. Gli Atti degli Apostoli descrivono Gesù come un uomo accreditato da Dio per mezzo di miracoli, prodigi e segni (At 2, 22). Gesù stesso presenta questo fatto come prova dell’autenticità messianica della sua missione: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano (Mt 11, 5). Gesù attribuisce la sua capacità di scacciare i demoni e operare miracoli alla presenza in lui dello Spirito Santo (cfr. Lc 4, 18) e questa fu anche, dopo di lui, la convinzione degli apostoli (cfr. At 10, 38 ss). Lo Spirito era inseparabilmente con lui quando compiva miracoli, afferma san Basilio.
Certo, i segni e prodigi non esauriscono da soli la potenza operativa dello Spirito Santo. Sono come gli acuti di un canto che conosce anche note più basse; sono lampi improvvisi di un'energia che agisce in modo diffuso nel quotidiano.
Ma la Chiesa oggi ha bisogno di questi acuti, di questo tocco del dito di Dio, per manifestare nel suo operato quel potere e quella autorità che Cristo emanava con la parola e con l’agire, e che faceva esclamare ai presenti: Da dove gli viene questa autorità? Da dove questi miracoli? Quando Gesù parlava, o stendeva la sua mano, succedeva sempre qualcosa: i sofferenti erano confortati, i prigionieri liberati, il demonio scacciato. Le sue non erano solo parole: c’era dentro il potere dello Spirito di Dio. Questo è ciò di cui abbiamo più bisogno: potere ed efficacia soprannaturali nel nostro servizio del Regno.
Spunti di riflessione per la vita comunitaria
La Comunità attende da Dio la parola irresistibile a cui credere, a cui aderire, da annunciare. Eppure quanti incontri così ricchi di Parola sprecata, resa vana, inefficace!
Quanta profezia dimenticata!
Il dono del Corpo si manifesta nella fedeltà con cui ciascuno aiuta il fratello ad accogliere la Parola, a farne memoria, a viverla.
Nella Comunità lo Spirito suscita la Parola e conferma con i segni la presenza di Dio. Infatti i segni testimoniano la venuta del Regno di Dio e conducono i cuori a Lui.
Oggi come sempre si sente la necessità di un’ondata nuova di annuncio di Cristo in Spirito e potenza. Bisogna convincersi che questo è possibile, non per la nostra forza, ma per la forza del nome di Gesù che, come convertì una prima volta il mondo, così lo può convertire nuovamente dal suo paganesimo. Perché la sua forza è intatta! Dare per pacifica questa cosa e passare, piuttosto, subito al secondo problema: come permettere a questa forza di manifestarsi oggi, di tornare a brillare come il sole; come far sì che vi siano anche oggi dei poeti per l’Eroe Gesù, sul modello di Paolo.
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Quinto incontro
Evangelizzare con la potenza dello Spirito Santo
Mossi da Spirito Santo parlarono da parte di Dio 2 Pt 1, 21
Paolo VI, nella Evangelii nuntiandi, ha scritto delle parole nuove e forti sul rapporto tra evangelizzazione e Spirito Santo.
Si può dire che lo Spirito Santo è l’agente principale dell'evangelizzazione. È lui che spinge ad annunziare il vangelo e che nell’intimo delle coscienze fa accogliere e comprendere la parola di salvezza. Ma si può parimenti dire che egli è il termine della evangelizzazione: egli solo suscita la nuova creazione, l’umanità nuova a cui l’evangelizzazione deve mirare (n. 75).
Tre affermazioni sono contenute in questo testo:
- lo Spirito Santo agisce sull’evangelizzatore spingendolo a evangelizzare e dando forza alla sua parola;
- lo Spirito Santo agisce sul destinatario dell’evangelizzazione muovendolo ad accogliere il messaggio;
- lo Spirito Santo è al termine della evangelizzazione, nel senso che è lui stesso la salvezza e la vita nuova annunciata nel Vangelo.
1. Lo Spirito Santo dà forza alla Parola e a colui che l’annuncia
Per comprenderlo, dobbiamo richiamare alcune affermazioni bibliche sul rapporto tra
Spirito e Parola. Lo Spirito e la Parola, la ruach e il dabar: sono, per la Bibbia, le due grandi forze che insieme creano e muovono il mondo: Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera (Sal 33, 6).
Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione (l Ts 1, 5). L’apostolo parla di un’esperienza comune a lui e agli ascoltatori. Difatti, quando è lo Spirito che mette sulle labbra una Parola, gli effetti, anche se di natura squisitamente spirituale, sono ben percepibili. L’ascoltatore è raggiunto in un punto dell’essere, dove non giunge nessun’altra voce; si sente toccato e non di rado un brivido lo attraversa in tutto il corpo.
L’uomo e la sua voce, a questo punto, scompaiono per far posto a un’altra voce. Si costata la verità del detto: Il vero profeta, quando parla, tace (FILONE ALESSANDRINO). Tace perché, in quel momento, non è più lui che parla, ma un altro. Si è fatto dentro di lui un misterioso silenzio; come quando ci si fa rispettosamente da parte per far passare il re. Lui stesso è trascinato dalla Parola che pronuncia, e, se delle considerazioni umane cercano di trattenerlo dall’esternare un certo pensiero, sente nelle ossa un fuoco ardente che non riesce a contenere (cfr. Ger 20, 9) e pronuncia quella frase in tono ancor più alto del resto. Si rimane confusi e intimoriti davanti a Dio che dice al suo annunciatore, povera creatura peccatrice: Tu sarai come la mia bocca (Ger 15, 19).
Questo non avviene con la stessa intensità nel corso di un intero discorso o annuncio. Sono momenti; a Dio basta una frase, una Parola. Annunciatore e ascoltatori hanno la sensazione come di gocce di fuoco che, a un certo punto, si mescolano alle parole, rendendole incandescenti. Il fuoco è l’immagine che meno imperfettamente esprime la natura di questa azione dello Spirito. Per questo, a Pentecoste, egli si manifestò sotto forma di lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro. Di Elia si legge che era come un fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola.
Ma vediamo come opera concretamente lo Spirito Santo nell’evangelizzatore, che cosa apporta e come si manifesta la sua azione. Mentre l’annunciatore sta parlando, a un certo momento non deciso da lui, avverte un’interferenza, come se un’onda di diversa frequenza si inserisse nella sua voce. Egli se ne accorge per via di una commozione che lo investe, una forza e una convinzione insolite, che riconosce chiaramente come non sue. La parola si fa più ferma, incisiva. Sperimenta un riflesso di quella autorità che tutti percepivano quando ascoltavano parlare Gesù. Se sta parlando, per esempio, del peccato, sente uno zelo per Dio, uno sdegno tale, come se Dio in persona l’avesse designato suo avvocato di fronte al mondo.. Se parla dell’amore di Dio o della passione di Cristo, la sua voce trasmette qualcosa del pathos stesso di Dio.
San Paolo descrive benissimo questo fatto: La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio (1 Cor 2, 4-5).
2. Lo Spirito Santo agisce in colui che riceve l’annuncio
Lo Spirito Santo, diceva Paolo VI, è anche colui che nell’intimo delle coscienze fa accogliere e comprendere la parola. Agisce cioè contemporaneamente sul destinatario dell’annuncio. Agostino ha messo in luce con forza questa verità: senza lo Spirito che istruisce dentro con la sua unzione, invano si affatica all’esterno il predicatore. Dice: Il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro...
Noi possiamo esortare con lo strepito della voce, ma se dentro non v’è chi insegna, inutile diviene il nostro strepito. Ne volete una prova o miei fratelli? Voi tutti avete udito questa mia predica. Per quanto mi compete, io ho parlato a tutti, ma coloro dentro i quali non parla quell’unzione, quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso.
Ogni parola che viene dall’esterno cade nel vuoto, se non trova un cuore capace di ascoltarla e accoglierla. Avviene come quando si parla a uno straniero che non conosce la lingua di chi parla: le parole arrivano bensì agli orecchi, ma non prendono senso, restano privi di suoni e non muovono all’azione.
Anche la citazione di Gioele in Atti 2, indica che per Luca la venuta dello Spirito realizza la promessa della grande effusione dello Spirito negli ultimi giorni. Ma sono soprattutto Paolo e Giovanni che sviluppano questo punto. Tutto il capitolo 8 della Lettera ai Romani presenta lo Spirito Santo come colui che dà la vita in Cristo Gesù, che conferisce il cuore nuovo e la vita nuova dello Spirito Santo. La salvezza cristiana comprende sempre due elementi: un elemento negativo che consiste nella rimozione del peccato e un elemento positivo che è il dono di una vita nuova. Lo Spirito Santo è lui stesso questo elemento positivo. Se il termine dell’evangelizzazione è creare l’uomo nuovo, la cui legge è la carità, allora si comprende perché lo Spirito Santo è chiamato il termine della evangelizzazione: è lui infatti che infonde l’amore nel cuore, ed è l’amore stesso che viene infuso (cfr. Rm 5, 5).
3. Lo Spirito Santo è anche il termine dell’evangelizzazione
Paolo VI affermava infine che lo Spirito Santo è anche il termine della evangelizzazione, colui che suscita la creazione nuova e l’umanità nuova. È il soggetto, ma anche l’oggetto dell’evangelizzazione. Questo ci dà l’occasione di chiarire un punto fondamentale per la comprensione del ruolo del Paraclito nella storia della salvezza. Una certa visione insufficiente del rapporto tra Spirito Santo e missione ci portava in passato a ritenere che lo Spirito Santo fosse la forza promessa da Cristo agli apostoli per dargli testimonianza e portare la salvezza fino ai confini della terra. Ci si basava su Atti 1,8: Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra.
Per Luca infatti lo Spirito Santo non è solo un supplemento di forza dato alla Chiesa per portare la salvezza ai confini del mondo. È lui stesso parte di questa salvezza. È lui la legge nuova, interiore, dei credenti, come mostra il richiamo implicito che egli fa, nel descrivere la Pentecoste, alla teofania del Sinai.
Nello strappare il velo dagli occhi della gente, scuoterne l’indifferenza, ripetendo con Isaia: C’è una cosa nuova, proprio ora germoglia: non ve ne accorgete? (cfr. Is 43, 19).
Ecco dunque il compito che egli ci ha lasciato. Gesù ha detto: Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo. Egli è in mezzo a noi, è nel mondo e il mondo anche oggi, dopo duemila anni, non lo riconosce. Il compito profetico della Chiesa sarà lo stesso di Giovanni Battista, fino alla fine del mondo: scuotere il mondo, scuotere di nuovo ogni generazione dalla sua terribile distrazione e cecità che le impedisce di riconoscere e vedere la luce del mondo. È il compito perenne dell’evangelizzazione. Anch’essa comincia da qui. Suscitare l’ascolto, ridestare l’attenzione.
4. Lo spirito di profezia
A conclusione di questa riflessione sull’ Evangelii nuntiandi, rivolgiamo il nostro sguardo a Giovanni Battista che ci può illuminare su come assolvere il nostro compito di annunciare Cristo nel mondo d’oggi. Gesù definisce Giovanni Battista più che un profeta, ma dov’è la profezia nel suo caso? I profeti annunciavano una salvezza futura; ma il Precursore non è uno che annuncia una salvezza futura; egli indica uno che è presente. In che senso allora si può chiamare profeta? Isaia, Geremia, Ezechiele aiutavano il popolo a oltrepassare la barriera del tempo; Giovanni Battista aiuta il popolo a oltrepassare la barriera, ancora più spessa, delle apparenze contrarie, dello scandalo, della banalità e povertà con cui l’ora fatidica si manifesta.
È facile credere a qualcosa di grandioso, di divino, quando si prospetta in un futuro indefinito: in quei giorni, negli ultimi giorni, con i cieli che stillano dolcezza e la terra che si apre per fare germogliare il Salvatore. È più difficile quando si deve dire: Eccolo! È lui! E questo di un uomo di cui si sa tutto: di dove viene, che mestiere ha fatto, chi ha avuto per madre.
Che cosa insegna a noi Giovanni Battista come profeta? Egli ci ha lasciato un programma e un compito: il suo compito profetico. Con le parole: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete (Gv 1, 26), Giovanni Battista ha inaugurato la nuova profezia, quella del tempo della Chiesa, che non consiste nell’annunciare una salvezza futura e lontana, ma nel rivelare la presenza nascosta di Cristo nel mondo.
Il suo entusiasmo per Gesù è tale che, al sentirlo parlare, alcuni dei suoi discepoli più intimi lo abbandonano e se ne vanno con Gesù, ed egli ne è felice. Il suo entusiasmo per Gesù si alimenta della sua umiltà. Egli si definisce una voce, puro strumento al servizio della parola. Sarebbe bastata mezza parola, da parte sua, per essere scambiato per il Messia. Quasi lo spingevano a dichiararsi tale. Ma lui, no!
Racconta Padre Raniero Cantalamessa: Nel 1992 si tenne un ritiro sacerdotale a Monterrey in Messico, in occasione dei 500 anni dalla prima evangelizzazione dell’America Latina. Erano presenti 1700 sacerdoti e una settantina di vescovi. Durante l’omelia della Messa conclusiva avevo parlato del bisogno urgente che la Chiesa ha di profezia. Dopo la comunione ci fu la preghiera per una nuova Pentecoste in piccoli gruppi sparsi nella grande basilica. Io ero rimasto sul presbiterio. A un certo punto un giovane sacerdote mi si avvicinò in silenzio, mi si inginocchiò davanti e con uno sguardo che non dimenticherò mai mi disse: «Benedicimi, Padre, voglio essere un profeta di Dio!». Mi commossi perché vedevo che era mosso evidentemente dalla grazia.
Potremmo con umiltà fare nostro il desiderio di quel sacerdote: Voglio essere un profeta per Dio. Piccolo, sconosciuto da tutti, non importa, ma uno che, come diceva Paolo VI, ha fuoco nel cuore, parola sulle labbra, profezia nello sguardo.
Spunti di riflessione per la vita comunitaria
La Comunità che evangelizza partecipa alla missione fondamentale della Chiesa: la quale esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia di Dio e riconciliare i peccatori con Dio. Lo Spirito spinge all’annuncio e ciascun membro di Comunità, nella semplicità, si abbandona alla potenza dello Spirito e testimonia le meravigliose opere di Dio. A noi è dato il comando: Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno. (Mc 16, 15-18) Ci sia anche in noi la stessa risposta degli apostoli: Allora essi partirono e predicarono dappertutto mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano (Mc 16, 20).